Rammendare una vita

26 ottobre 2012

Rammendare una vita

Due giorni fa abbiamo perduto una nostra amica. Un buco troppo grande e nero da rammendare, da oltrepassare con fili grandi abbastanza per condurre i suoi passi leggeri da un lato all’altro del bordo. Ha preferito lasciarsi cadere dentro.

È accaduto mentre partecipavo ad un workshop di Dorothy Caldwell, dove lavori di rammendo da tutto il mondo e i kanthas indiani sono stati il focus. Le due esperienze si sono intrecciate in modo serrato, entrando l’una nell’altra.

Il rammendo nasce da una necessità, non è un virtuosismo estetico. Nasce dalla volontà tenace di mantenersi aggrappati ad una struttura che inevitabilmente qui è chiamata a cedere, e consumarsi. A volte il processo è lento, quasi impercettibile. Altre arriva di schianto.

L’abito può essere gettato in un colpo, con volontà ferma e chiara assenza di rimpianto, o trattenuto a sé con ostinazione, giorno dopo giorno, strappo dopo strappo, affinando la propria mano in un sapiente lavorio di rammendo che, di volta in volta, si carica di nuovi significati, diventa simbolo di una ricerca o forse una pretesa, o forse soltanto una consapevolezza… nell’ineluttabilità della lacerazione una consolazione, una possibilità per stare e sostenere il peso della paura che genera quello spazio aperto può arrivare da un filo teso sopra il vuoto, pretestuoso forse nella sua volontà di mascherare quell’assenza di materia, ma capace, attraverso una trama serrata di connessioni, attraverso sali-scendi di punti per agganciare rattoppi, di reggere ancora i nostri passi.

Non so perché lei abbia scelto di non prendere in mano ago e filo. Non so perché abbia gettato via il suo abito in un colpo. Neppure mi importa, davvero credo che in fondo sia indifferente.

Non mi interessa cercare verità destinate a reggere minuti, o forse meno dentro questo gioco di specchi che è la nostra vita qui. Non ho desiderio di abbarbicarmi su fantomatiche certezze da cui prima o poi, a voler essere onesti, non si può non scendere. Ogni singolo sguardo, ogni punto di vista ha la sua dignità, la sua funzione.

Per questo oggi siedo qui, lungo un corridoio d’aeroporto, con ago e filo in mano. Incapace di riconoscere o proiettare una struttura. Incapace di metter ordine tra molti e diversi pensieri, stati d’animo. Incapace di dirmi certa di quale strada prenderà tra poco l’ago, dove incontrerà il tessuto, verso quale direzione.

Sono solo cosciente di avere un ago in mano, una lunga cordata di filo, un piccolo kantha ed un kimono di seta preziosa da cucire. Rammendare mi appassiona. E spaventa allo stesso tempo.

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